La pagina personale di
Giorgio Verbi







     

Hello! Un abbraccio caloroso e sincero agli strepitosi Allievi del 14°: non giurerei che siano proprio tutti così, cioè strepitosi, ma un pizzico di generosità non guasta! In un’occasione come questa un abbraccio a tutti mi sembra il minimo.
Nel momento in cui scrivo queste righe sono trascorsi quasi 45 anni da quando ho dismesso le stellette. Ma per certi aspetti è come se non lo avessi mai fatto. Perché in qualsiasi occasione abbia avuto modo di incontrarvi, per scelta o per caso, o anche solo di sentirvi telefonicamente, siete sempre stati con me molto cordiali, amicali, spesso anche affettuosi.
Facendomi così sentire uno dei “vostri”, cioè dei “nostri”. Con il piacere, l’orgoglio dell’appartenenza e l’emozione che ciò comporta perché, nonostante le nostre vite abbiano preso strade tanto diverse, è rimasto pressoché intatto il legame particolare che deriva dall’essere stati commilitoni (o condiscepoli? Non mi piace. Compagni? Solo se con la specificazione “di corso”, altrimenti rinuncio. Meglio coallievi? Quanto suona male!) all’Accademia Militare e, per me solo in parte, alla Scuola di Applicazione.

Per questo, un grazie di cuore a tutti! Anche a quanti, pochi per la verità, anzi pochissimi, non mi hanno accolto e trattato come la stragrande maggioranza di voi: almeno hanno avuto il pregio della spontaneità. E comunque non sono stati in grado di scalfire quello che considero uno speciale “marchio di qualità” che continuo a coltivare con grande fierezza.
Ci tenevo davvero molto a esternare questo sentimento nei confronti degli amici del 14°.
Per il resto, cronachetta spicciola e possibilmente stringata, tanto per “raccontarmi” in breve a chi non è a conoscenza delle mie “avventure” di vita.
Dopo un incidente automobilistico piuttosto serio nel 1960, quando eravamo al campo a Dronero, in pratica non mi sentivo più in condizioni di riaffrontare la Scuola di Applicazione, per di più prima con i cappelloni, e passi, poi addirittura con i cappellonissimi (si dice così?! Non mi piace, ma rende l’idea).
Infatti dopo i canonici novanta giorni trascorsi tra postumi dell’incidente e convalescenza, fui rinviato al 15°. Altro giro di mal stare e convalescenza, altro regalo e, dopo una parentesi al reparto, eccomi al 16°. E visto che non stavo ancora bene, come sarebbe andata a finire? Me ne andai.
Rassegnai le dimissioni (qualcuno magari sogghignerà dicendo che ho fatto un favore alle Forze Armate: lo sfido a duello!) e venni collocato in congedo il 14 giugno 1962.
Ho intrapreso quindi la professione giornalistica: Il Piccolo di Trieste, per il quale ero diventato Capo redattore responsabile dell’edizione friulana, e la Gazzetta dello Sport le testate per le quali ho lavorato più a lungo. E sono state parecchie le testate nazionali – quotidiani e periodici – con le quali ho intrattenuto corrispondenze e collaborazioni.
Ho fatto quindi un po’ di carriera (anche se non con le stellette!), ne ho ricavato non poche soddisfazioni, anche perché ho avuto l’opportunità di viaggiare parecchio. Interessanti anche le numerose comparsate in televisione e, per la Rai, le molteplici trasmissioni radio che ho curato, fra le quali una a puntate in onda nell’arco di sei mesi in occasione del Millenario di Gorizia.
A sessant’anni giusti giusti, a seguito dei venti di guerra che facevano ipotizzare il passaggio della nostra Cassa autonoma giornalisti all’Inps, fuga verso la pensione, per essere sicuro di mantenere i diritti acquisiti.
Ora mi dedico a qualche collaborazione, specie con le Agenzie di stampa, leggo, viaggio, quando posso curo la sana e preziosa pigrizia; mi diletto di qualche piccola performance culinaria, esplicito qualche incombenza di carattere familiar - domestico (“fare il casalingo”, seppure a part-time, mi sembra riduttivo), mi interesso da vicino degli approvvigionamenti alimentari (fare la spesa è ancora più riduttivo).
Le soddisfazioni maggiori comunque me le sono costruite nel mio intimo, coltivando un sentimento profondo di italianità che mi è derivato dalla mia famiglia e dalla scuola (allora poteva succedere anche questo!), avendo oltretutto vissuto, pur da bambino, la tragica occupazione titina di Gorizia. Sentimento che poi ho alimentato nella mia giovinezza trascorsa al limite di quella che era la seconda cortina di ferro in Europa.
E sono sempre rimasto convinto che comunque è un grande valore da nutrire, propugnare, gridare e…scrivere, in qualsiasi occasione, soprattutto quando parlare di Patria, di Tricolore, in sostanza di Italia, equivaleva automaticamente a essere etichettati come fascista.
Però, annotando quanto accade anche al giorno d’oggi, siamo proprio sicuri che le cose – in questo ambito - siano poi tanto cambiate nonostante i decenni trascorsi?!
Ma torniamo a noi, cioè a me: anche in virtù dei principi appena richiamati, udite udite, sono e “faccio” il bersagliere, anche nella mia qualità di redattore - facitore del giornale “I Bersaglieri” del Friuli Venezia Giulia.
Già, i bersaglieri. Spero che non me ne vogliano i compagni di Corso che di piumetto se ne intendono da sempre, con le stellette e, mi auguro, anche senza. Mi auguro anzi che siano contenti di sapere che c’è qualcuno “in più” che mette al servizio dell’Associazione – e di tutti - disponibilità e un pizzico di professionalità per dare un piccolo contributo alla conservazione delle inimitabili tradizioni del Corpo e per alimentare la fiamma sempre viva – anche se troppo spesso ridotta a fiammella, per di più a rischio di spegnimento - dell’amor di Patria: sono bersagliere anch’io, per una passione che ho sempre coltivato e che, per una delle tante manifestazioni strane del destino, solo da “borghese” ho potuto coronare.
Intendiamoci, sono tutt’altro che un usurpatore, ho fatto la …gavetta, il mio percorso è stato perfettamente attinente a Statuto e Regolamento dell’Associazione Nazionale Bersaglieri. Da socio simpatizzante dell’A.N.B., grazie anche ai miei trascorsi di Accademia Militare, a una breve apparizione in un reggimento bersaglieri e al grado di Tenente che mi compete, e in virtù della collaborazione che ho sempre offerto, anni fa sono stato “promosso” a socio benemerito, con tanto di “qualifica” di bersagliere.
E soprattutto con tanto di possibilità di indossare il cappello piumato, che costituisce per me un grande vanto e che porto sempre con tanta fierezza ed emozione nelle numerose manifestazioni – Raduno nazionale compreso, naturalmente – alle quali partecipo.
È quasi una conseguenza logica di quanto ho scritto che il momento forse di maggiore orgoglio ed emozione l’ho vissuto al Raduno di Vercelli, quando ho avuto la fortuna di essere l’alfiere del Labaro del 1° Battaglione Volontari Bersaglieri “B. Mussolini”, sfilando accanto agli altrettanto gloriosi Labari dei battaglioni “G. Mameli” e “Zara” e delle disciolte Sezioni Bersaglieri “Giovanni Grions” di Pola, “Francesco Raimondo” e “Ipparco Baccich” di Zara. Davanti a noi, il toccante striscione “Vivi e morti i bersaglieri di Zara, Pola e Fiume, sono qui!”, retto al centro, quale “comandante” di questo particolarissimo “plotone”, dall’amico Elio (non posso che riferirmi a Ricciardi, naturalmente).

Mi impegno non poco per l’'attività associativa in generale, e curo appunto il giornale “I Bersaglieri”, oltre che essere consigliere regionale A.N.B. del Friuli Venezia Giulia e – direi naturalmente, vista la mia professione, ’addetto stampa.
Dal primo matrimonio ho avuto due figlie e una terza acquisita, Giorgia, Michela e Fulvia, di cui vado naturalmente orgogliosissimo. Così come lo sono della seconda moglie (quella attuale e …definitiva!) che ho sposato nel 2004, Maria Amalia Caristi, siciliana di Messina, insegnante di latino e greco al Liceo Classico di Mirano, in provincia di Venezia.
“Purtroppo” mia moglie è ancora in servizio, e dico purtroppo perché in caso di sua quiescenza avremmo molta più disponibilità di tempo per noi e per gli amici e l'’opportunità di goderci appieno le casette che abbiamo in montagna, o meglio in collina, in Friuli, e al mare, quasi ovviamente in Sicilia.
C’'è qualcosa di…bersaglieresco anche nel mio matrimonio: mia moglie è infatti nipote, per parte di madre, del Gen. Francesco De Leo, naturalmente… bersagliere, che ha vissuto le tappe salienti della sua carriera all’8° a Pordenone, da Tenente a Reggimento appena ricostituito, poi da Capitano, dieci anni più tardi, nel 1959, quale Comandante di Compagnia e infine da Comandante di Reggimento nel 1972-73; forse qualcuno se lo ricorda anche quale Tenente istruttore alla Nunziatella nei primi anni Cinquanta.

     
Prima ho parlato di cronachetta? E addirittura “possibilmente stringata”? Ne è uscita molto di più, una vera e propria lenzuolata; dovrei forse chiedere venia, ma non me la sento, perché almeno ho avuto occasione di raccontarmi un po’.
Ridendo e scherzando - chi più, chi meno, ma dovrebbe essere questo lo spirito - siamo dunque ormai prossimi al 50°, un gran bel traguardo. Vi ricordate come ci davamo di gomito e cosa dicevamo nei confronti dei radunisti - protagonisti quando c’erano le cerimonie del 40ennale o addirittura del 50ennale?
Beh, ora toccherà a noi essere guardati con una certa sufficienza, se non addirittura con un po’ di tenera commiserazione, da parte degli Allievi di oggi: è successo senz’altro nove anni fa, figuriamoci in questa occasione. I tempi sono notevolmente cambiati, d’accordo, non saremo nell’aspetto dei veri e propri vecchietti, ma …considerevolmente anziani sì.
Credo che tutti stiamo attendendo con intensità questo prossimo nostro incontro, anche per aver avuto la fortuna di arrivarci, o perlomeno per essere giunti alla vigilia di un avvenimento di tale portata (tutti facciano i regolamentari scongiuri, io per primo, per essere sicuri di arrivarci).
Ma credo anche che tutti, mentre formuliamo questi pensieri, abbiamo nella mente e nel cuore quanti – e sono tanti, in ogni caso troppi – ci hanno lasciato strada facendo e che comunque saranno “con noi”, pur solo guardandoci dall’alto.
Arrivederci a presto, dunque, con lo spirito di allora che, mi auguro, sia rimasto sempre lo stesso. Pronti a festeggiare, forse addirittura a versare qualche lacrimuccia al momento dei saluti, complice l’emozione, l’atmosfera e magari qualche bicchiere di vino, ma con la sufficiente lucidità per programmare il/i prossimo/i incontro/i annuali o biennali che sia, in attesa del sessantennale e….oltre.